Il paradosso del colpevole innocente: Disturbo Paranoide, logoramento carcerario e Psiconeuroendocrinoimmunologia

La detenzione preventiva rappresenta a livello psicologico e biologico uno degli eventi più gravosi nell'esperienza umana. La privazione della libertà, unita all'incertezza del giudizio, innesca profonde reazioni di adattamento; l'impatto della carcerazione assume contorni drammatici allorché il detenuto presenti una specifica vulnerabilità psicopatologica identificabile nel Disturbo Paranoide di Personalità. In ambito forense e clinico si osserva frequentemente un paradosso in cui individui oggettivamente responsabili di un delitto si percepiscono in modo soggettivo e ostinato quali innocenti; essi si ritengono le autentiche vittime degli eventi. Al fine di comprendere questa frattura tra la realtà oggettiva e il vissuto interno occorre adottare un approccio integrato, capace di unire la psicopatologia alla Psiconeuroendocrinoimmunologia.

La dimensione psicopatologica poggia su una scissione evolutiva e sul meccanismo della proiezione. Il Disturbo Paranoide di Personalità si fonda su una specifica e rigida architettura mentale, al di là di eventuali deliri bizzarri o di un deterioramento delle capacità logiche. Tali soggetti presentano di sovente uno sviluppo cognitivo formale del tutto soddisfacente accompagnato da un'intelligenza logico-astratta intatta. A simile efficienza corticale si contrappone una profonda immaturità dello sviluppo affettivo ascrivibile a un vero e proprio infantilismo emotivo, scissione che impedisce alla persona di tollerare la frustrazione e di allontanarsi dal proprio vissuto per giungere a comprendere le emozioni altrui. L'elemento cardine di questa impalcatura risiede nella proiezione massiva, poiché il soggetto, divenuto incapace di gestire l'angoscia e le proprie intrinseche fragilità, attribuisce sistematicamente all'esterno l'origine del proprio malessere. L'altro diviene pertanto un manipolatore o un persecutore da cui occorre difendersi. La mente della persona affetta da tale disturbo risulta dominata da idee prevalenti di nocumento e minaccia, ravvisabili nel timore costante di intrusioni o complotti. L'eventuale passaggio all'atto e il conseguente delitto d'impeto scaturiscono da un cortocircuito emotivo; il soggetto vive tale reazione quale gesto disperato per difendere la propria sopravvivenza psichica dinanzi a una minaccia persecutoria avvertita come intollerabile, lontano da calcoli sadici o indoli antisociali.

La prospettiva della Psiconeuroendocrinoimmunologia illustra magistralmente l'interazione tra l'ipervigilanza e la scarica motoria. La PNEI insegna come i disturbi di personalità alterino in modo profondo l'intero equilibrio biologico dell'organismo, inteso come un tutto. Il disturbo paranoide si traduce in un perenne stato di allarme in cui il corpo si trova sotto assedio. L'ipervigilanza spietata e la costante ricerca di indizi atti a confermare i propri sospetti mantengono il fisico in una condizione di logoramento cronico; il sistema nervoso autonomo e l'asse ipotalamo-ipofisi-surrene risultano perennemente attivati e generano un accumulo silenzioso e insopportabile di tensione interiore. La persona assorbe, dunque, angosce e dubbi sino a raggiungere un livello di saturazione. Dal punto di vista neurofisiologico l'agito violento assolve sovente la funzione di una massiva scarica motoria; questo gesto estremo permette di disattivare momentaneamente il sistema paranoide per azzerare in modo brusco la pressione accumulata e disinnescare l'angoscia. Una volta consumato l'atto la minaccia persecutoria cessa di esistere nella mente del soggetto. Questa dinamica innesca una apertura della corazza paranoide, provoca un risveglio improvviso della coscienza e porta a uno svelamento drammatico della realtà oggettiva. Tale processo fisiologico e mentale spiega il motivo per cui simili individui possano mostrare un senso di colpa immediato o una resipiscenza. Essi mettono in atto tentativi disperati di soccorso noti in ambito giuridico quale recesso attivo; crollano emotivamente dinanzi al danno reale appena prodotto.

L'ingresso nel circuito carcerario per un individuo portatore di simili vulnerabilità strutturali rappresenta un momento di altissima criticità clinica; la costrizione della detenzione preventiva si traduce in un ambiente capace di confermare il disturbo stesso. L'ambiente penitenziario rischia per sua intrinseca natura controllante e gerarchica di validare e amplificare le idee prevalenti. Il detenuto paranoide è così indotto a interpretare le dinamiche restrittive quale conferma assoluta dei propri timori. Egli vive, pertanto, nel terrore costante di subire violenze e si sente perennemente immerso in un complotto ostile. Si assiste in taluni frangenti al paradosso dell'adattamento, allorquando la persona mostra un comportamento apparentemente esemplare; assume ruoli di responsabilità e viene considerata positivamente dagli operatori. Questo adattamento formale scaturisce da un'intelligenza preservata, eppure occorre cautela nell'interpretarlo: l'angoscia di fondo e la percezione del rischio vengono incanalate in un ambiente rigidamente strutturato. Il rischio di un improvviso scompenso psichico resta elevatissimo.

La gestione dei detenuti in attesa di giudizio affetti da Disturbo Paranoide di Personalità richiede in conclusione un'attenta calibrazione tra le esigenze di sicurezza sociale e la doverosa tutela della salute mentale. La comprensione della profonda scissione tra l'efficienza logica e l'immaturità emotiva di questi soggetti si rivela un passaggio dirimente; la scienza psicopatologica forense suggerisce l'inefficacia della semplice contenzione in regime ordinario per risolvere il nodo clinico alla base della loro pericolosità. Quest'ultima rimane invero prettamente situazionale e relazionale. L'interruzione del circuito vizioso tra il logoramento detentivo e la paranoia rende pertanto indispensabile un inquadramento diagnostico rigoroso in grado di farsi sostenere da percorsi terapeutici e riabilitativi mirati.

 

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Lo stress come esperienza umana