Quando le neuroscienze dimenticano l’uomo
Il caso Rogero, le cortecce cerebrali e il riduzionismo della «mente-computer»
di Tommaso Longobardi
Un recente articolo apparso sulle pagine del quotidiano Domani ha offerto un’articolata ricostruzione neuroscientifica del comportamento di Mario Rogero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato per l’uccisione di due rapinatori inseguiti all’esterno del proprio negozio. La disamina giornalistica si è soffermata sui meccanismi cerebrali che guidano la risposta alla minaccia: da un presunto freezing primario, ossia la paralisi momentanea d’allarme, al successivo reclutamento delle aree corticali — in particolare la corteccia prefrontale, la corteccia orbitofrontale e il giro cingolato anteriore — deputate a valutare il contesto, modulare l’impulso e pianificare l’azione motoria.
L’analisi, di per sé affascinante e formalmente corretta sul piano neuroanatomico, presenta alcune imprecisioni.
L'equivoco neurobiologico sul freezing
In primo luogo è discutibile la tesi secondo cui esista una successione lineare tra freezing e successiva attivazione di un comportamento violento o d'attacco.
Nel modello etologico e neurofisiologico il freezing, inteso come immobilità tonica, non costituisce la fase preparatoria di un'azione aggressiva, ma una modalità di risposta autonoma, definita e conclusiva in se stessa. Il freezing è sostenuto da un'intensa attivazione vago-dorsale e rappresenta il meccanismo arcaico con cui l'organismo si immobilizza per ridurre la propria visibilità di fronte al predatore o per prepararsi all'impatto; chi entra in un reale stato di freezing rimane, per l’appunto, congelato: la sua fisiologia, caratterizzata da bradicardia e inibizione motoria, non fa da preludio ad un comportamento di lotta.
Nel caso del gioielliere Rogero è assai più verosimile ipotizzare che si sia trattato di un trattenimento momentaneo della risposta motoria; è ipotizzabile un'attesa tattica, con la scarica catecolaminergica di adrenalina e noradrenalina già massivamente in atto e con i circuiti corticali già impegnati a valutare la scena e a pianificare l'azione. Il soggetto si stava trattenendo consapevolmente per superare il momento di massimo rischio immediato dovuto alla presenza delle armi spianate nel negozio, per poi scatenare la risposta d'attacco e inseguimento non appena le condizioni lo hanno consentito.
La corteccia «ascolta» la biografia: oltre l’illusione del determinismo
Il secondo limite dell'articolo riguarda la pretesa di descrivere questo circuito come un automatismo universale. Se la sequenza neurobiologica fosse un algoritmo rigido e uguale per tutti qualsiasi individuo sottoposto alla medesima minaccia reagirebbe inseguendo i rapinatori all'esterno. La realtà clinica mostra l’opposto: un’altra persona, dopo lo spavento iniziale, rimarrebbe pietrificata dal terrore, un’altra cercherebbe la fuga, implorerebbe pietà o si farebbe cogliere da un collasso emotivo.
La corteccia prefrontale e la corteccia orbitofrontale non lavorano come un computer isolato; prima che la corteccia analizzi razionalmente ciò che sta accadendo, l’organismo ha già riconosciuto un significato emotivo all’evento; ogni esperienza viene prima vissuta e soltanto in un secondo momento viene pensata, poiché l’attribuzione di valore appartiene alla vita affettiva prima ancora che all’attività cognitiva. Quando la corteccia orbitofrontale interviene per pianificare la risposta essa ascolta e consulta l’intero patrimonio esperienziale dell’individuo; questa valutazione comprende la struttura di personalità, con i valori personali, il senso del territorio, il significato attribuito alla violazione della propria intimità o del proprio lavoro e la risonanza narcisistica della minaccia subita; la pianificazione risente degli stili di adattamento: una personalità orientata all’iper-controllo, alla reattività difensiva o alla trasformazione dell’impotenza in dominio utilizzerà la corteccia prefrontale per organizzare la contro-offensiva, mentre una personalità centrata sull’evitamento del danno o sulla ricerca di protezione recluterà le medesime strutture per pianificare la fuga. A questo si aggiunge il livello di maturità affettiva, inteso come l'integrazione emotiva di base che determina la capacità di tollerare il limite e orientare l'azione.
La lettura PNEI e l'ipotesi del «Carattere Somatico»
Il Carattere Somatico rappresenta la totalità dell'organismo-persona in azione, ossia la forma stabile e integrata che l'intero sistema assume attraverso l'intreccio indissolubile tra storia biologica, affettiva e relazionale. Esso comprende e coordina il livello centrale e cerebrale con la mappa delle connessioni cortico-limbiche, la memoria procedurale ed emotiva e la sensibilità delle stazioni talamiche e dell'amigdala; coordina il livello neuroendocrino e immunitario relativo all'assetto dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, alla disposizione citochinica e alla reattività neuro-infiammatoria, insieme col livello d'organo e periferico, legato alla recettorialità dei tessuti e alla specifica meiopragia d'organo, che determina la vulnerabilità preferenziale di un distretto biologico come il cuore, l'intestino o il polmone; il tutto fa capo al livello neurovegetativo, che agisce da organo effettore veicolando l'energia dell'intero sistema.
Nelle frazioni di secondo della rapina la scarica simpatica massiva e l'inondazione steroidea hanno generato un effetto tunnel in cui la corteccia prefrontale ha mantenuto la capacità di coordinare il gesto motorio e la mira, ma ha perso la flessibilità etico-valutativa di ordine superiore rimanendo sequestrata dalla carica subcorticale. Quella specifica tempesta neurochimica, che in un altro individuo avrebbe provocato una sincope vago-vagale o una paralisi, nel gioielliere Rogero ha trovato un Carattere Somatico, ossia una totalità biologica e biografica preesistente, predisposto a incanalare l'intera risposta dell'organismo in una forma di attacco.
Una riflessione epistemologica: ricomporre l’uomo
L’errore di fondo di un certo riduzionismo neuroscientifico sta nell’isolare un circuito cerebrale per spiegare la complessità di un atto umano. Le neuroscienze descrivono le vie anatomiche attraverso cui un’azione si realizza, ma non spiegheranno mai il perché di quell’azione se prescindono dalla storia della persona che la compie. Non esistono cortecce che decidono in autonomia al posto dell’uomo; esiste un organismo-persona indivisibile, una totalità in cui psiche e soma, biologia e biografia, molecole e significato costituiscono un unico insieme. Il comportamento del gioielliere di Grinzane Cavour ci mostra come quella specifica corteccia ha dato voce, forma e sostanza alla storia, alla personalità, al Carattere Somatico e alla carne di quel singolo, irripetibile individuo.